Diventa ciò che sei

Il nostro cammino iniziatico comincia ogni volta che nasciamo, rivestendo man mano di corpo una luce che dentro di noi va poi rendendosi poco a poco di nuovo visibile. Il nostro cammino iniziatico è la ricerca della luce nella sacralità del corpo, nella scoperta del mistero di noi stessi e dell’altro, è il “beyond” l’io, che è l’altro come espressione della totalità, nella visione della sua luce che accende la nostra…”

Diventa ciò che sei, frase già di Nietzsche e prima ancora di Pindaro.

Nasciamo e niente onde beta, solo delta e theta, un piede ancora in quella realtà altra che c’era prima o nel grembo di nostra madre, niente separazione, solo unione con il tutto.

Pure, qualcosa ci ha spinti in questa realtà tridimensionale.

Nasciamo e cominciamo a strutturarci per imitazione, seguiamo modelli che ci vengono proposti, ci identifichiamo con chi abbiamo vicino, ci adattiamo per essere accettati ed amati. Magari ci piaceva cantare e ci hanno detto che eravamo stonati, ci piaceva guardare le stelle e ci hanno detto che era una perdita di tempo, ci piaceva danzare e ci hanno detto di stare fermi, magari eravamo bambine e ci hanno detto che giocare con le macchinine era roba da maschi. E così via, tanti “magari”. Così, diventiamo quello che non siamo e, quando diciamo “io”, intendiamo quello che crediamo di essere, quello che ci hanno o ci siamo cuciti addosso. Ci adeguiamo a quello che ci viene richiesto dall’esterno, ci crediamo più piccoli di quello che davvero siamo e neanche consideriamo che, forse, i nostri limiti non sono esattamente quelli del nostro corpo, vanno oltre. Quando passi la vita a dimostrare qualcosa agli altri, perdi di vista la cosa più importante, te stesso, perdi di vista le tue emozioni, i tuoi sogni, le tue aspirazioni, perché sei concentrato su ciò che gli altri potrebbero pensare di te. Il minimo è diventare insoddisfatti, insicuri, ansiosi, arrabbiati. Una potenzialità non sviluppata fa star male, fa soffrire e provoca disturbi somatoformi. Diventa necessario staccarsi da imitazioni e condizionamenti dall’esterno per diventare quello che propriamente si è. Certo può fare paura, guardare cosa c’è dietro quello che ci siamo costruiti, “alzare il coperchio”. Può fare paura lasciare la sicurezza delle certezze acquisite, anche quando sono scomode. Può far paura lasciare gli ormeggi in un porto sicuro, anche se con l’acqua un po’ inquinata, per dirigerci verso il mare aperto. Ma possiamo scoprire che lasciare andare una fune non è perdere le sicurezze, bensì la possibilità di camminare in libertà esplorando nuove strade e soluzioni.

Scoprire il nostro daimon, tanto caro a Hillmann ed ai greci.

Come racconta Platone nel mito di Er, prima di nascere, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra e riceve un compagno che ci guida quaggiù, che è unico e tipico nostro (il daimon). Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ci ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui il portatore del nostro destino.

Secondo Plotino, sempre riferendosi al mito, noi abbiamo scelto il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e alle sue necessità. Come a dire che le mie situazioni di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso penso siano stati la causa di tutti i miei malesseri, sono state scelte direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché lo ho dimenticato.

E aggiunge Hillmann, con la sua teoria della ghianda: “ciascuna persona è portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta”, ovverossia: “Ogni individuo, fin da bambino, proprio come una piccola ghianda, racchiude già in sé tutte le potenzialità sufficienti per poter crescere e diventare una maestosa quercia.”

Noi siamo simultaneamente, compiutamente, nell’immagine racchiusa in quella ghianda.

Tags:
No Comments

Post a Comment